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MMA e Trauma Cranico: cosa sappiamo ad oggi?

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Questo sarà solo il primo di una serie di articoli e approfondimenti (anche in diretta su Twitch nel canale di Alex) legati a questo argomento estremamente vasto e complesso. Come al solito cercherò di essere più chiaro possibile, con l’intenzione di trovare un compromesso tra divulgazione e linguaggio “medico”, che per i non addetti al settore è (giustamente) poco comprensibile. 

 

L’interesse per le Arti Marziali Miste e le sue promotion di maggior rilievo (UFC, Bellator e ONE) è in crescita esponenziale negli ultimi mesi. Come tutti gli sport molto seguiti si stanno delineando sempre di più protocolli sanitari dedicati e linee guida per aiutare gli atleti ad avere performance migliori e più sicure possibili.

La questione Traumi (specialmente della testa) legata agli sport da combattimento ma anche di contatto (come Rugby e Football Americano) non è un discorso facile da affrontare e il mondo scientifico da anni cerca di chiarire alcune “ombre” sull’argomento. Negli ultimi 2-3 anni, in particolar modo, diverse università in tutto il mondo hanno coinvolto atleti per la realizzazione di studi mirati a capire la patogenesi e le conseguenze di una patologia chiamata “Chronic traumatic Encephalopathy” (CTE) altresì conosciuta negli anni 30 come “Dementia Pugilistica”.

In soldoni si tratta di una di una patologia dovuta ai ripetuti traumi cranici che gli atleti subiscono nel corso della carriera e che crea una serie di continui danni strutturali e funzionali cerebrali, tali da compromettere e modificare, anche permanentemente, alcune delle normali funzioni neuronali.

Sempre più atleti di sport da contatto, specialmente ad alti livelli, dimostrano di soffrire, anche in piccola entità, di questa patologia. L’American Academy of Neurology nel 2016 completò uno studio su un gruppo di atleti NFL a fine carriera in cui risultava che almeno il 40% mostravano segni di questa patologia agli esami strumentali e clinici.

La difficoltà di inquadrare questa sindrome clinicamente non è poca, essendo il cervello umano così complesso, è chiaro che tutto dipende da dove sono le aree danneggiate e sport diversi portano inevitabilmente a differenti aree più soggette al danno. In generale possiamo dire che tra le aree più colpite vi è il cervelletto, il sistema limbico e i lobi temporali e il lobo frontale. Quindi, tra i sintomi più comuni, vi sono perdite di memoria e difficoltà di apprendimento, dell’eloquio e nell’eseguire movimenti fini e precisi. A questi si vanno ad aggiungere una serie di problemi legati alla sfera comportamentale e del carattere come irritabilità, sbalzi improvvisi di umore e depressione.

Ci sono prove reali di questa condizione?

Le MMA, con la grossa spinta di popolarità, sono sempre più soggette di studi autorevoli e nel 2019 un brillante Case Report dell’università di Singapore ha ottenuto nuovi dati sull’argomento prendendo come soggetti di studio soltanto atleti di MMA. Questo ci fa capire non solo l’importanza che ha oramai questo sport a livello mondiale, ma anche ci da ottimi riscontri su come la salute degli atleti non sia affatto data per scontata ma anzi sia di primaria importanza.

Un esempio di come questa condizione sia un pericolo reale è lo strano siparietto accaduto nel 2018.

Infatti, come forse alcuni di voi si ricordano, fece scalpore l’intervista di Michael Bisping all’ex campione Featherweight Max Holloway. L’atleta Hawaiano in diretta video sembrava particolarmente lento e goffo nelle risposte, come se avesse problemi nel comprendere le domande anche più semplici. La situazione era talmente bizzarra che l’intervistatore (Bisping) gli fece anche qualche battuta, alludendo bonariamente a qualche tiro di sigaretta “speciale” poco prima di andare live. Ma non era così purtroppo, e la faccenda suscitò non poche preoccupazioni.

Dopo poco tempo il team di Holloway rilasciò una dichiarazione, sottolineando che Max aveva deciso di cambiare in modo radicale il suo approccio agli allenamenti prendendo una posizione drastica: rinunciare alle sessioni di sparring più pesanti, per poi eliminarle quasi del tutto. Lo stesso Bisping, sebbene non si lasciò scappare dettagli privati su Max, fece intendere che il problema era legato ai traumi cerebrali.

“Blessed” Holloway è uno striker eccezionale e nonostante questo drastico ridimensionamento degli allenamenti non ha assolutamente messo polvere sulle sue incredibili abilità. Anzi lo abbiamo visto contro l’attuale campione Volkanovski e contro Kattar in forma smagliante, tirando fuori una boxe spettacolare ed estremamente affilata.

La scelta del team è stata estremamente saggia. Infatti, sebbene possa sembrare logico pensare che l’incontro stesso di MMA sia il pericolo più grande per un’atleta, non è esattamente così. Ogni atleta combatte nell’ottagono in media ogni 3-4 mesi, per un totale di  massimo 3-4 prestazioni l’anno da 15 minuti l’una. Una goccia nel mare rispetto alle centinaia di sessioni di sparring che si verificano in allenamento che, anche se fatte con le dovute protezioni, sono in assoluto uno dei maggiori fattori di rischio per accumulare numerosi traumi cerebrali. L’accumulo del danno, infatti, sta alla base della Chronic Traumatic Encephalopathy.

Quale è quindi la giusta misura? Dove, scienza e sport, si possono incontrare per aiutare i fighter di tutte i livelli ad affrontare la propria carriera limitando il più possibile i rischi?

La mia personale opinione è che con l’aumento di popolarità e di competitività è necessario che gli atleti siano seguiti a tutto tondo da professionisti sanitari che li guidino in sicurezza attraverso le loro competizioni. Come in tutte le patologie, la prevenzione primaria e lo screening sono dei punti cardine che abbassano drasticamente la percentuale di problemi di grande entità.

Di enorme importanza è, quindi, la divulgazione scientifica, la stretta collaborazione tra team, atleti e medici ma anche gli esami di controllo strumentali (tra questi la Risonanza Magnetica, per la sua alta precisione nel valutare l’encefalo, risulta di primaria importanza) che garantiscono un percorso lineare e su misura per l’atleta, cercando di abbassare il più possibile i pericoli dell’imprevisto e creare un giusto paracadute per il futuro e per il fine carriera.

A cura di Ernesto Piane

 

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