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Fight IQ e Mental Warfare: l’importanza della mente nelle Mixed Martial Arts

Velocità, timing, precisione, forza, esplosività, istinto. Tutti aggettivi comunemente utilizzati per definire i pregi di un fighter di livello o per sottolineare le caratteristiche da ottenere per diventarlo. Quella che viene sottovalutata generalmente però, è la tremenda importanza di ciò che c’è nella mente del fighter, al di là della proiezione fisica a cui porta. Per dirne tre, la motivazione, il mental warfare e soprattutto il fight IQ. 


Per quanto riguarda la prima, la psicologia in generale e soprattutto quella applicativa, in particolare quella dello sport, ci ricorda sempre della rilevanza che la motivazione ha nell’esplicitarsi di una buona performance. Dalla motivazione viene fuori il senso di autoefficacia, che per dirla in breve dà vita alla capacità di orientare le proprie abilità col fine di raggiungere lo scopo specifico desiderato. L’autoefficacia porta alla confidenza nelle proprie abilità e la confidenza genera energie cognitive per raggiungere con tutte le forze il proprio obiettivo: la vittoria. 


Quante volte vediamo un fighter negli ultimi round esprimere ancora, dopo minuti interi passati a combattere senza nessun freno, energie fisiche apparentemente surreali? Dietro quella capacità, oltre alle enormi quantità di allenamento della resistenza e del condizionamento, c’è motivazione e ci sono le radici di una mentalità che non contempla nemmeno la resa fisica di fronte all’obiettivo.

Per fare un esempio pop basta guardare il cambiamento di McGregor dal terzo al quarto round nel secondo incontro con Nate Diaz: dall’essere molto vicino al ripetersi dell’esito del loro primo match, con Conor senza fiato e vittima della pressione e del volume di colpi di Diaz, al cambiare radicalmente le carte in gioco in un minuto di pausa tra i round. Per poi vincere, anche abbastanza nettamente, il quarto round che forse è stato quello davvero decisivo per l’esito del match. 


Il mental warfare. Si sente associarlo al trash-talking e c’è chi lo ama e chi lo odia, ma c’è e spesso. Negli ultimi anni è diventata una moda ereditata da personaggi di una certa rilevanza, come Sonnen, Bisping e ancora una volta McGregor. Il trash-talking è sempre più presente, tanto da non essere più rilevante e sorprendente come prima. Ma il mental warfare è altro, ciò che realmente entra nella testa di un avversario non è necessariamente qualche offesa o lo schernire un avversario. Basta poco, anche un silenzio, uno sguardo, una mancanza di esitazione in un face-off, una postura durante una conferenza o un atteggiamento dentro la gabbia.

Pensiamo a tutto ciò che ha circondato il primo match tra Joanna e Rose Namajunas. Joanna incredibilmente dedita ad un trash talking molto aggressivo e una Thug Rose impassibile, cauta, silenziosa. Lo specchio perfetto della parte psicologica del match è stato il face-off: Joanna a sbraitare ed offendere protesa coi pugni alti a pochi millimetri dalla faccia della Namajunas e quest’ultima con le braccia basse, lo sguardo vitreo dritto negli occhi dell’avversaria e qualche parola in risposta alle sue offese dette con una pacatezza degna di un monaco buddhista. Nella gabbia ha vinto Rose e ha dimostrato che per entrare nella testa dell’avversario non serve disturbarlo fino a diventare molesti ed imbarazzanti. Bastano le parole, i silenzi e i gesti calibrati nel momento giusto.

Altro esempio diametralmente opposto è quello di McGregor con Jose Aldo. Mesi e mesi di guerra psicologica riuscita alla perfezione nonostante non parlassero la stessa lingua. Una guerra fatta di gesti anche piuttosto esuberanti e di continuo martellamento mentale dell’avversario. Ordine nel caos e la cintura in 13 secondi è stata dell’irlandese. Entrare nella testa e distruggere è mettere in atto un piano ben calibrato che la maggior parte delle volte definisce un incontro prima del suo inizio. 


Il fight IQ. “Chiunque ha un piano prima di prendere un pugno in faccia.” disse Mike Tyson, e credo abbia decisamente ragione. Appunto, il game-plan non è sempre necessariamente la chiave per la vittoria di un incontro. Semplicemente esiste la probabilità che il game-plan dell’avversario sia effettivamente più efficace. E si perde. Ciò che davvero nel corso della storia delle MMA ha spesso definito l’esito di incontri è appunto l’intelligenza da combattimento e tutto quello a cui porta: la capacità di adattamento continuo alle movenze e alle tattiche dell’avversario. 


Facciamo qualche esempio: Daniel Cormier nel primo incontro con Stipe Miocic valido per la cintura dei pesi massimi. Essendo più basso, DC ha dovuto subire la superiorità di altezza ed allungo del fighter di origini croate. Per contrastare ha iniziato a protendere le mani verso l’avversario, cercare contatto, accorciare la distanza e colpire. E questo è un primo passo. In secondo luogo, visto che continuava a subire i colpi di Miocic, ha avuto un’intuizione davvero notevole. Stipe usciva dal clinch a guardia bassa e nell’episodio successivo, appena uscito dal clinch, DC ha sferrato un gancio e il match è finito per KO. Nel rematch tra i due l’esito è stato opposto, Cormier ha imposto lo stesso identico game-plan del primo incontro e il fighter di origini croate l’ha subito malamente fino al quarto round. Da lì, un’intuizione geniale: DC iniziava ad essere stanco e per sfiatarlo ancora di più servivano colpi al fegato, a ripetizione. Alla fine del round Cormier era giù e Miocic di nuovo campione.

Jon Jones è un altro validissimo esempio per quanto riguarda l’intelligenza da combattimento e uno dei momenti in cui questo è più evidente è il suo secondo match sempre con Daniel Cormier. Se nei primi round il match è stato piuttosto equilibrato, a partire dal terzo round JBJ ha avuto un’intuizione: martoriare la parte inferiore del corpo di DC con leg ed oblique kicks e poi cambiare il livello all’improvviso e colpire la testa. E la fine del match arriva proprio da questa dinamica, dove Jones sferra un head kick e Cormier, illuso, si protende verso il basso senza guardia come per incassare l’ennesimo colpo basso. Il calcio va a segno, Daniel Cormier va giù e la cintura va intorno alla vita di Jones. L’incontro sarà poi trasformato in un no-contest a causa della positività al turinabol di Bones ai test antidoping.

Parlando di Fight IQ, non possiamo non nominare The Spider, Anderson Silva. Alla veneranda età di 45 anni, il brasiliano disputerà domani notte l’ultimo incontro di una carriera assolutamente leggendaria. Sebbene il suo prime sia ormai passato da tempo, i fan di vecchia data ricorderanno per sempre l’Anderson Silva delle 16 vittorie consecutive in UFC a cavallo tra il 2006 e il 2012. Nei giorni scorsi abbiamo riproposto il video della vittoria forse più spettacolare dell’ex campione pesi medi, quella contro Forrest Griffin. È proprio per prestazioni come quella che, nel 2011, uscì un documentario a lui dedicato dal titolo “Like Water”, un chiaro riferimento a Bruce Lee. Già, perché Anderson Silva non era semplicemente dotato di un ottimo Fight IQ, ne era la sua massima espressione. E i suoi avversari lo sapevano molto bene.


L’intelligenza e la psicologia nelle arti marziali miste contano, e tanto.

Per vincere, oltre al fisico c’è sempre la mente da allenare. Concedetemelo: corpore sano in mens sana. 

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