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Brock Lesnar: l’anello di congiunzione che unì WWE e UFC

Brock Lesnar raccontato da Simone Altrocchi 

2 Giugno, 2007. Los Angeles. Dynamite!! USA.
La medaglia d’argento nel Judo di Atlanta 1996 Kim Min-soo viene obliterata in un minuto e nove secondi nel bel mezzo del quadrato. L’artefice di tale devastante conquista non era un fighter qualunque, ma il perfetto prototipo di un infermabile guerriero nato per combattere.

Fu in quel breve lasso di tempo che quell’uomo trovò la sua perfetta vocazione: da lì nacque una delle più dominanti e fulminee carriere nella storia delle arti marziali miste.

Ma per arrivare sulla montagna più alta, per raggiungere la gloria, quella bestia dovette affrontare eroiche fatiche ercoline, attraversando un tortuoso sentiero che nessun altro combattente osò percorrere, sino ad allora.

In molti ci hanno provato, ma nessuno prima e nessuno poi è riuscito a essere come Brock Lesnar.

Webster, Dakota del Sud, cittadina di circa 2000 abitanti. Qui, nel 1977, non dopo un esperimento scientifico a quanto sembra, nasce Brock Edward, terzo fratello maschio del nucleo famigliare.

Lesnar cresce aiutando i genitori nella latteria di loro proprietà, sin da subito combattendo, ma contro le difficoltà economiche e la povertà, che lo porteranno nel tempo a sfogare la rabbia repressa in diverse schermaglie in tutta l’umile città.

Si accorsero presto, in famiglia, che Brock era un’anomalia. Il giovane amava sollevare qualsiasi cosa, addirittura arrivando procurandosi due ernie nel tentativo di alzare sopra la sua testa una balla di fieno gigantesca.
Fisicamente, era un mostro di un metro e novanta per più di cento chili, ma le sue doti atletiche erano talmente assurde in un corpo del genere, da sembrare geneticamente modificate.
Dopo aver provato a entrare nelle forze armate senza successo per via della sua forma di daltonismo, il ragazzo trovò il modo perfetto per incanalare la sua forza bruta, il wrestling.

Non pensiate che venga subito a parlavi di WWE, ci arriveremo dopo, perchè per ben capire come Brock Lesnar è diventato Brock Lesnar, bisogna anche affrontare la sua famigerata carriera nella lotta, che lo portò al titolo nazionale nel 2000.

Dove diavolo l’avevano trovato, quello scherzo della natura, l’allenatore dell’Università del Minnesota Jay Robinson se lo chiese appena lo vide: quel ragazzo era 122 chili di puri muscoli con il 9% di grasso corporeo, pesava di media 13 chili in più dei pesi massimi avversari nel torneo nazionale. Staccava da terra 330 chilogrammi, 315 con lo squat, e alla panca più di 200, ma era anche agile, visto che aveva imparato a lottare nelle categorie di peso minori: in quattro anni, dalla high school al college, per via dell’amore dei pesi e della pubertà, era passato da 90 a 122 chili di potenza muscolare.

Successivamente alla vittoria del titolo nazionale juniores dei massimi al Bismark College, università del Dakota del Nord, Lesnar aveva ottenuto una borsa di studio per sfoderare i suoi talenti nei sopraffini Gophers di Minnesota: ai campionati assoluti nazionali dei pesi massimi, arriva secondo nel 1999, e diventa campione nel 2000, in quello che sarà il suo ultimo combattimento collegiale.

In un amen, aveva distrutto la competizione, finendo la carriera con un record di 55-3.

Il college, i suoi atleti, non li paga pur usandoli e si potrebbe dire anche sfruttandoli. Brock aveva la gloria, ma non aveva nient’altro in più: campione, ma senza nulla in tasca.

Dopo un’estate difficile rasentando la depressione e cercando di aiutare il più possibile nella latteria dei genitori, squilla il telefono: dall’altra parte, la WWE. Vince McMahon riconobbe le potenzialità di quel mostro del Minnesota, e vide in lui una macchina produttrice di denaro. Gli vennero offerti 250.000 dollari, vitto e alloggio, solo per partire e raggiungere la sede d’allenamento.
Brock, il pro wrestling, non l’aveva mai guardato per davvero.

Dichiarò a ESPN anni dopo, che non associava la lotta e il combattimento a quello spettacolo, ma dopo mesi di allenamenti, cadute, lividi, sangue e animosità, dovette ricredersi.
Catapultato negli scantinati della OVW, federazione di sviluppo in Ohio, l’anomalia impara velocemente, stupendo colleghi e uomini in giacca e cravatta.

Nonostante degli screzi con dirigenti come Jim Cornette, che durante una sessione di allenamento minacciò di portare una pistola con sé per difendersi da quel mostro, e l’inaspettata difficoltà nell’accettare alcune dinamiche come i bump volontari e le sconfitte determinate, Lesnar migliora giorno dopo giorno.

Paul Heyman, mastermind del wrestling più brutale in ECW diventato spalla di McMahon, vede in quel ragazzo gigantesco il futuro della disciplina: dopo un anno e mezzo dal primo allenamento, Brock Lesnar debutta in WWE, il 18 Marzo del 2002, proprio al fianco di Heyman, con il soprannome di The Next Big Thing.

Fu in quel momento che il mondo e i media mainstream videro per la prima volta la forza bruta e senza pari di quell’assurdo wrestler del Dakota del Sud.

In due anni, Brock ridefinì il concetto di professional wrestling, rivoluzionando la WWE e portando legittimità a una disciplina esuberante e oltre le righe.

Gli scontri tra Brock Lesnar e Kurt Angle, medaglia d’oro olimpica nella lotta ad Atlanta 1996, sono pezzi di storia della disciplina, tra le battaglie più reali e a duri colpi mai viste in questo sport-spettacolo. In soli due anni di carriera, che sembrano un decennio per tutto ciò che Brock dimostrò, Lesnar diventa campione del mondo tre volte, battendo superstelle del calibro di The Rock, Undertaker, Edge, Chris Benoit, John Cena e lo stesso Angle. Sappiamo, che anche oltre la predeterminazione della disciplina, li avrebbe battuti anche in un combattimento reale.
Brock Lesnar diventa leggenda in WWE in soli due anni, ma in quel periodo, in un giro difficile e senza pause, subisce pesanti infortuni che non verranno trattati, e per sopportare il dolore sviluppa una dipendenza da alcool e antidolorifici: fortunatamente, quel ragazzo sapeva il fatto suo, e al posto di continuare a spingere, rischiando la fine, decide di lasciare quel mondo che l’aveva reso una rockstar, rifiutando un contratto di sette anni, per un totale di 45 milioni di dollari e accettando incredibilmente un accordo al minimo salariale con i Minnesota Vikings, squadra di Football Americano della NFL, per giocare come defensive lineman.

Il Football, era solo una scusa, una via d’uscita, un motivo per liberarsi dalle catene di un mondo da lui dominato, ma che non sentiva suo sin dal primo giorno. Lesnar in NFL non ci arriverà mai, fermandosi alle selezioni prestagionali dei Vikings.

La squadra decise di tagliarlo per un motivo ben preciso: Brock, durante le giocate, non praticava football, ma si picchiava con i compagni e li lanciava a terra con dei suplex, commettendo penalità ogni volta.

Lesnar lasciò tutto, rimanendo davanti al niente, ancora.

Ma se non riuscirai a trovare la tua vocazione, sarà la tua vocazione a trovarti, e una bestia al picco delle sua forza deve assolutamente esercitare la propria gloriosa sete di battaglie.

Min Soo Kim era il nome del suo avversario nel primo incontro di MMA. Era un rimpiazzo per la notte, visto che l’originale avversario di Brock si chiamava Choi Hong-man, ed era un gigante coreano di due metri e venti per centocinquanta chili, che a causa di importanti problemi fisici dovette rinunciare. Cosa avremmo visto? Mai lo sapremo. Forse, in un mondo parallelo, quello scontro tra mostri è accaduto, peccato non poter esserci stati.

In un minuto Lesnar domina, conquista e convince, soprattutto sé stesso, di aver finalmente trovato il suo universo, la sua vera vocazione: tra sangue, sudore e lacrime, Brock Lesnar aveva trovato le arti marziali miste.

Il pregiudizio di un wrestler WWE nel mondo MMA è da sempre radicato, nonostante le due discipline sfruttino lo stesso modello di business, e di crossover ne abbiamo visti parecchi, prima e dopo la bestia di Minneapolis.

Dana White era dubbioso, incerto, quando si trovò Brock Lesnar davanti mentre lo implorava di dargli una chance: rispettava il pro wrestling, ma non pensava che un atleta partecipante in combattimenti predeterminati potesse raggiungere alti livelli nella sua Ultimate Fighting Championship. Dimenticava però, che Brock Lesnar non era un essere umano normale.

Il 2 Febbraio 2008 il desiderio dell’anomalia di combattere in UFC diventa realtà, ma non in un facile combattimento, bensì contro l’ex campione del mondo dei pesi massimi Frank Mir, iper-favorito ritrovatosi in una fase di transizione nella sua carriera.

Dopo 10 secondi dall’inizio della contesa, Lesnar mette giù Mir con un takedown: da lì, dominerà eccellentemente per tutto il round, mostrando incredibili doti di controllo e una devastante capacità nel ground and pound.

Sarà un solo errore a costare la vittoria a Brock, che si farà chiudere in una kneebar letale da un Mir sopraffino specialista di Ju Jitsu.

Nonostante la sconfitta, Lesnar aveva provato agli scettici di essere ciò che ha sempre saputo, una forza infermabile. Dopo un solo incontro, Brock Lesnar firma con la UFC.
Passano sei mesi e la bestia torna nell’ottagono per la prova del nove: lo scontro opposto a Heath Herring, ex stella dei pesi massimi della defunta Pride, vinto per decisione unanime, sarà la prima conferma di una bestia pronta per la propria personale
Stairway to Heaven alla gloria delle MMA. Fu una battaglia talmente convincente, sia nell’ottagono sia per le vendite e gli incassi dell’evento, che convinse White a prendere una drastica decisione: dare a Lesnar una chance al titolo mondiale dei pesi massimi.


Il campione Randy Couture, fisicamente inferiore a Lesnar, aveva lasciato la UFC per una disputa contrattuale, e durante la sua assenza Frank Mir si aggiudicò l’alloro ad interim, creando una possibilità meravigliosa per Brock: vincere il titolo del mondo, per poi prendersi la vendetta contro Mir. Fu esattamente ciò che accadde.

Dopo soli quattro match, Brock Lesnar era diventato l’indiscusso campione mondiale dei pesi massimi, vincendo sia contro Couture, sia contro Mir al secondo round, dominando.

Sarebbe stato il picco dell’anomalia in UFC, che nel frattempo aveva riscritto la storia, diventando l’unico uomo ad aver raggiunto il successo globale sia nel pro-wrestling, sia nelle MMA, di fatto ridefinendo il significato di atleta crossover nelle due discipline.

Ciò che sconfisse davvero Lesnar fu la diverticolite, che segnò in modo irreversibile la sua ascesa nella Ultimate Fighting Championship: dopo un anno di stop Brock riuscì a mantenere il titolo contro Shane Carwin, ma mostrò segni di debolezza in un primo round vinto in modo convincente dall’avversario. Come il campione riuscì a vincere, recuperando dall’oblio, è una prova della sua non comune genetica fisica.

Fu Cain Velasquez colui che riuscì perfettamente ad approfittare della condizione non di una bestia messa in ginocchio dalla patologia: Lesnar non riuscì a essere al suo solito livello contro un avversario che si guadagnò con merito l’incontro per il titolo da imbattuto e che sarebbe diventato a sua volta uno dei pesi massimi più devastanti della storia. Dopo un’ennesima battaglia contro la diverticolite, fu la sconfitta subita contro Alistair Overeem a chiudere definitivamente la carriera di Brock Lesnar nelle MMA.

Nel frattempo però, quel ragazzo cresciuto nell’azienda agricola di famiglia di strada ne aveva fatta.

Aveva dominato in tre discipline diverse, aveva scritto la storia.

Brock Lesnar tornerà in WWE nel 2012, sfruttando il successo e la gloria ottenuta in UFC come trampolino per un contratto fatto di pochissime date e milioni sul conto bancario.

Tornerà campione mondiale, tornerà a essere la bestia nel mondo della lotta spettacolo, ma stavolta, da pioniere assoluto.

Amata od odiata, la bestia era destinata a essere ciò che è stata, e ciò che continua a essere.
Potete cercare quanto volete, ma di storie come quella di Brock Edward Lesnar non se ne trovano, ed è per questo che è già leggenda: nel mondo del combattimento, come lui, nessuno mai.

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