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Storie di MMA

UFC, Emmett dopo il crociato rotto: “Sono pronto all’inferno pur di vincere”

UFC – Quali sono le qualità che deve avere un fighter?

Qual è la linea di demarcazione che segna il confine per diventare un campione?

Un lottatore, per essere definito tale, deve costringersi ad andare oltre la normale sopportazione umana del dolore?

Questo tipo di domande accompagnano da sempre la storia degli sport da combattimento, ma nelle ultime ore sono diventate improvvisamente d’attualità per via di quanto successo a due atleti impegnati nell’ultimo evento UFC andato in scena domenica 21 giugno all’Apex di Las Vegas.

Da una parte la rinuncia di Max Rohskop che si è rifiutato di tornare a combattere alla fine del secondo round nel match contro Austin Hubbard. Un ritiro che sta suscitando un vespaio di polemiche e che ha diviso l’opinione pubblica in due fazioni nettamente contrapposte. C’è chi crocefigge il suo coach per averlo spinto a continuare nonostante le volontà del ragazzo. E c’è chi ha bollato Rohskop come un perdente e psicologicamente inadatto ad un palcoscenico come quello UFC.

Dall’altra parte, in una dimensione tutta sua, c’è Josh Emmett, guerriero clamoroso salito alle cronache per aver combattuto e vinto il suo ultimo match con Shane Burgos nonostante una lesione al legamento del ginocchio patita nei primi istanti del primo round.

Una prova di determinazione e di tenacia davvero d’altri tempi, quasi ai confini delle antiche leggi marziali dove l’onore e il rifiuto di arrendersi rappresentavano i principali valori nella vita di un guerriero.

E Josh Emmett, forse inconsciamente, è stato invaso mentalmente da tutto questo riuscendo ad andare oltre al dolore e alla paura. Uno status aulico che il 35 americano ha così spiegato durante la conferenza stampa post match:

“Mi sono scoperto mentre stavo sferrando un pugno e penso che mi abbia dato un calcio proprio in quel momento. Questo ha causato un’iperestensione alla mia gamba. Doveva essere più o meno il primo minuto del match. Subito dopo ci siamo ritrovati in una situazione di lotta e facendo un passo indietro ho sentito cedere il ginocchio. Non ho mai provato niente del genere. Ho capito subito però che si trattava del legamento crociato anteriore. In quel momento non riuscivo a muovermi. Ho cercato quindi di rimanere composto e scambiare qualche colpo di braccia”.

Ricordate le domande retoriche poste all’inizio del pezzo? In particolare quella in cui ci si chiede quale sia il confine fra campione e un normale atleta? Ecco Josh Emmett dopo essersi distrutto il ginocchio ha valicato quel muro arrampicandosi con le mani e con i denti verso il suo obiettivo.

“La prima cosa su cui mi sono focalizzato è stato il dolore e l’impossibilità di muovermi. Poi però ho cercato subito di adattarmi. Sento che la mia mentalità è la parte più forte del mio gioco e sono disposto ad andare all’inferno quando combatto. Avrei fatto qualsiasi cosa per vincere e non volevo andare a casa solo con un assegno”.

Perdonate l’insistenza di chi scrive queste righe, ma urge andare un’altra volta a scomodare le domande retoriche di inizio articolo. Perché nelle parole di Emmett c’è racchiuso, forse, il vero senso dell’essere un fighter.

Di sicuro vi è racchiuso tutto il rispetto verso un mondo folle e a volte di difficile comprensione che comprende ovviamente anche UFC, promotion sempre sensibile a queste cose e che, a questo punto della storia, non può non concedere al redivivo fighter occasioni degne di nota nella categoria dei pesi piuma. Una richiesta invocata anche dallo stesso Emmett che ha così concluso la sua indimenticabile giornata:

“Voglio combattere. Tutti parlano sempre di questi combattenti affamati, ma sono io uno dei combattenti più affamati in UFC. Non ho mai rifiutato un match e nessuno mi ha mai dato un aiuto. Spingono e costruiscono tutti questi altri ragazzi. Io sono sicuro di poter battere chiunque nel mondo, quindi spero che da ora possano iniziare finalmente le danze. Spero che UFC mi spinga in alto e faccia qualcosa per me invece di cercare di tenermi come uno da mettere solo contro dei veterani o contro super prospect.  È una cosa frustrante per me”.

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