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Khabib shock: “Mi ritiro, non ce la faccio più. Mio papà avrebbe voluto il 30-0, ma…”

UFC 254 – Una notizia assolutamente imprevedibile compisce il mondo delle MMA. Khabib Nurmagomedov annuncia il ritiro dopo aver portato a casa la vittoria contro Justin Gaethje, l’ultima di una carriera incredibile. Verrà ricordato come uno dei più grandi di sempre, andando a far compagnia a un altro russo nell’Olimpo delle MMA, Fedor Emelianenko.
Dopo due round durissimi, in cui si è visto un Khabib mai come stavolta in seria difficoltà, l’Aquila del Daghestan ha tirato fuori dal cilindro un double leg takedown mentre incassava un legkick e, ruotando intorno a Gaethje, ha portato l’americano a terra. Strangolato poi con un triangolo di gambe che è già leggenda, Khabib ha ottenuto la sua ventinovesima vittoria, e ha scaricato tutta la tensione accumulata nei mesi con un pianto liberatorio a centro ottagono.

Mai si era visto un Khabib così contratto e teso, mai abbiamo assistito a tanta difficoltà nell’imporre il gameplan contro un avversario. Il peso emotivo che portava sul cuore lo rallentava nel pensiero, almeno per i primi minuti del match. Poi il cuore del campione si è imposto, la memoria muscolare ha fatto il resto. Negli ultimi secondi del primo round ha fatto sudare freddo Gaethje portandolo a terra, mentre nella testa dell’americano scorrevano come in un flashback cinematografico le decine di takedown che il russo ha imposto ai suoi avversari. Spalle a parete ha esclamato un eloquentissimo e rassegnato “fuck!”.

La vittoria è arrivata dopo una girandola di emozioni da una parte e dall’altra, ma alla fine le MMA sono uno sport scientifico: due atleti combattono in un ring e alla fine vince Khabib. E stavolta non ci sarà nessuno a dire “la prossima volta Khabib va giù”. Non ci sarà una prossima volta. 

Dopo aver fatto svenire l’avversario, si è accasciato a terra e ha pianto per quasi tre minuti, senza freni, senza vergogna. Per la prima volta Khabib ha combattuto con il peso della morte di suo padre Abdulmanap, guida e mentore spirituale oltre che sportiva. Molto più di un semplice coach, molto più di un padre. Abdulmanap era il suo papà. E c’è una enorme differenza tra l’essere padre ed essere papà.

Al microfono di Jon Anik è stato diretto, senza fronzoli inutili, come il suo stile di combattimento. Talmente diretto che anche il telecronista italiano della UFC Alex Dandi ha interrotto la traduzione simultanea. Nessuno credeva alle proprie orecchie. “Questo è stato il mio ultimo match da professionista. Non combatterò più. So che il sogno di mio padre era che chiudessi la carriera con un 30-0 ma non ce la faccio, non posso andare avanti. L’ho promesso a mia madre, e sono un uomo di parola. A gennaio combatteranno Dustin [Poirier] e [Conor] McGregor, che ho strangolato entrambi. Da lì emergerà il prossimo contendente, e non sono interessato. Vi ringrazio tutti, ma non combatterò mai più”.

Così si chiude, a meno di improbabili ritorni, uno dei cicli più straordinari della storia di questo sport e, forse, di tutti gli sport. Il bambino che combatteva con gli orsi è cresciuto ed è diventato un uomo. L’uomo è diventato leggenda, e per qualcuno questa leggenda sarà il mito su cui costruire un’altra meravigliosa carriera inseguendo il sogno del G.O.A.T. Khabib. A noi, come spettatori, tocca il compito arduo, ma non troppo, di portare vivo con il ricordo di questa storia, e ritenerci privilegiati per aver assistito alla parabola umana prima che sportiva di un meraviglioso pezzo di cielo che brillerà per sempre nei nostri spiriti.

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