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UFC, dalla borgata al match decisivo per il futuro: la storia personale di Alessio Di Chirico

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UFC – Manca un niente per l’incontro più importante della sua carriera, quello che deciderà il suo futuro in UFC. Non parliamo del pittore metafisico, bensì di un grande delle MMA italiane: Alessio Di Chirico, il terzo fighter dopo Alessio Sakara e Ivan Serati a sventolare il tricolore nell’ottagono.

Contro Buckley c’è preoccupazione, lui stesso lo ha affermato, ma questo non potrà che essere un motore, un serbatoio di energia in più per sostenere una sfida del genere. E non dimentichiamoci che spesso gli underdog forniscono i migliori upset.

 

Manzo è forte e merita tutto il nostro supporto, la sua carriera è stata di alti e bassi, e l’ultimo periodo è forse il più difficile, trovandosi in streak perdente di 3 match. Grazie a lui abbiamo gioito quando a Bamgbose si sono spente le luci della coscienza, ed abbiamo sofferto quando lo abbiamo visto perdere gli ultimi incontri. Ma qual è la sua storia, chi è il nostro Manzo?

Alessio nasce a Roma nel quartiere Magliana il 12 dicembre del 1989, e questo soprannome Manzo gli fu assegnato quando giocava a football da un “collega” laziale; Manzotin era il macellaio romanista del film Febbre da Cavallo, quello che aveva la cravatta di un solo colore, gialla-rossa: da qui l’affettuoso nickname.

Era un mingherlino, fisicamente uno dei più piccoli rispetto ai suoi compagni di classe. Come forse tutti noi, visse un’adolescenza irrequieta, lasciò la borgata per la Balduina, zona più altolocata, ma alla fine era sempre agitato, casinista e iperattivo.

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Fu il periodo in cui subì un lutto in famiglia che rese ancora più critica la sua crescita personale, tuttavia in cuor suo covava un sogno, quello di seguire le orme paterne e laurearsi in ingegneria meccanica. Tutti sappiamo, lui già lo intuiva, che il suo destino era un altro: lottare, che fosse tra i fili d’erba o nell’ottagono.

Amante di Califano, di Totti e della Curva Sud, sin da piccolo dimostra di avere un carattere umile e onesto. Dà molta importanza all’amicizia e in passato, afferma, l’ha quasi messa davanti agli affetti della famiglia; una certa dose di equilibrio è arrivata fisiologicamente con il tempo.

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Sempre colpito dalle capacità umane di poter superare i propri limiti, a 16 anni decide di impegnarsi nel football americano. Entra a far parte dei Grizzlies di Roma in qualità di linebacker, e a pensarci bene era un proprio un ruolo disegnato per lui: armonia tra massa, forza e velocità.

In realtà era in embrione un’altra idea, quella di cominciare a lottare. Un giorno un suo amico, che spesso cita, lo convince a praticare il fighting. In fondo Alessio era stato squalificato per 4 anni a causa di una semplice lite in campo. Nel male quella fu una splendida giornata, l’inizio di un percorso a tante tappe che arriva fino ad oggi.

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Allenamento e disciplina sono le parole d’ordine quando Alessio entra all’Hung Mun, un importante palestra dello scenario italiano, dove conosce persone importanti per la sua vita come Riccardo Carfagna e Fabio Ciolli. Dopo qualche titolo ottenuto con la nazionale italiana FIGMMA, inizia il suo percorso da professionista, che in breve lo porta alla conquista dei Balcani in promotion europee minori.

Il lavoro porta risultati, che non sono solo vittorie, ma anche la possibilità di essere notati. L’ex matchmaker di UFC, Joe Silva, decide di portarlo nella promotion americana e gli fa firmare un contratto al quale ne seguirà un altro e poi un altro ancora, 4 anni e 8 incontri: Di Chirico in fondo è un veterano.

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Tra un match, un allenamento e un infortunio, si laurea in Scienze Motorie all’Università del Foro Italico di Roma, e decide di provare l’allenamento fuori Italia. Dopo una breve esperienza all’American Top Team, rientra nella capitale e si concentra nel Gloria Fight Center, il team di cui lui, insieme a Riccardo Carfagna, sono i fondatori.

Conosce l’allenatore Lorenzo Borgomeo e i fratelli Anacoreta, maestri di BJJ, ma soprattutto mette da parte il sogno americano; che sia pantofoleria o altro, Alessio è capitolino ed è un forte sostenitore dell’importanza di allenarsi in Italia, dove ci sono gli affetti e dove il movimento pian piano sta crescendo. Ammette comunque la necessità di fare esperienza all’estero.

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Fan di Fedor Emelianenko e Chris Weidman, si è dilettato nel post match contro Bamgbose, nell’imitazione di Peter Griffin. Era un po’ per smorzare le tensioni e canzonare gli stessi americani, che in fondo pensano davvero che gli italiani parlano in quel modo.

Da sempre ma anche adesso, si allena con i suoi brothers in arms, tra cui Pedersoli jr. e la Di Segni, supervisionato dall’head coach Michele Verginelli e contornato dal team che lo segue ovunque, come i già citati fratelli Anacoreta. Ci ha lavorato su molto, sia tecnicamente che psicologicamente, dopo l’ultima sconfitta contro Cummings, e questa per noi non è altro che una bellissima notizia.

 

Espostosi mediaticamente con l’omicidio di Willy Duarte, il Manzo odia le ingiustizie e il bullismo. Più volte ha parlato della disgrazia nell’associare le MMA alla violenza della cronaca. Un binomio molto italiano, che secondo lui non sta in piedi, che anzi deve essere combattuto, nella speranza che stereotipi del genere prima o poi passino di moda.

Adesso Alessio è padre e coltiva ancor di più la sensibilità che lo ha sempre caratterizzato. Sull’ottagono però dice che bisogna esser freddi, non si deve far male all’avversario, lo si deve semplicemente abbattere. Questo match per lui è fondamentale, e dalle sue parole si percepisce una certa determinazione che può fare la differenza.

 

Questo è Di Chirico, da una parte un uomo come tutti noi, e dall’altra un grande fighter di fronte al bivio. E noi insieme a lui, lo sosterremo nella lotta, con la mente ferma e la guardia alta a difendere calci girati estemporanei. Ciò richiederà di incollarsi davanti a DAZN, ascoltando la voce concitata del Dandi, senza mai perdersi d’animo.

E nemmeno tu Ale, dovrai perderti d’animo. Perché non stai da solo.

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